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LE NUOVE DIFFICOLTÀ ALIMENTARI

 

 

L’alimentazione rappresenta un aspetto fondamentale dello sviluppo infantile, tanto da poter essere considerata una linea evolutiva verso l’affermazione dell’autonomia. È proprio all’interno dell’interazione madre-bambino durante l’allattamento, lo svezzamento e la transizione verso l’alimentazione autonoma che si colloca, infatti, l’acquisizione di abilità di auto-regolazione e di interazione sociale. È proprio all’interno del percorso evolutivo che si osservano le prime forme di difficoltà alimentari. Nella maggior parte dei casi esse sono transitorie, in quanto rappresentano l’espressione di difficoltà evolutive temporanee, di lieve entità e tendono a risolversi spontaneamente in tempi rapidi. In altri casi, le anomalie che si osservano possono persistere nel tempo e assumere un carattere di disfunzionalità, tale da configurarsi come veri e propri disturbi del comportamento alimentare (DCA) o dei loro potenziali precursori e sono definite come Selettività alimentare, Neofobia alimentare e Disturbo evitante/restrittivo di cibo.

 

La Selettività alimentare (Food Selecti- vity, FS) esprime il comportamento di bambini, ma anche di adolescenti e in alcuni casi di adulti, che limitano la propria alimentazione ad un numero ristretto di alimenti. Il rifiuto può essere manifestato con ansia e disgusto o può svilupparsi anche in base a caratteristiche sensoriali come il gusto, l’odore, il colore, la consistenza oppure con un “rituale” culinario (alimenti cucinati sempre allo stesso modo).

 

La Neofobia alimentare (Food Neophobia, FN) consiste nella reazione di rifiuto, disgusto/paura di assaggiare un cibo nuovo. Si rivolge verso una o più famiglie di cibi, più frequentemente frutta, verdura, pesce oppure legumi. Prevale tra i 2 ed i 6 anni di età ed ha un significato evoluzionistico di cautela di fronte a ciò che è nuovo e potenzialmente pericoloso. Il neofobico non sa spiegare il perché del suo rifiuto di assaggiare cibi mai provati in precedenza. La conseguenza di questi comportamenti è un esagerato consumo di altri alimenti ricchi in grassi e zuccheri semplici, che determina degli scompensi nutrizionali nel bambino. I genitori, per compensare tali nutrienti, inconsapevolmente propongono in modo frequente proprio quegli alimenti graditi ai bambini, che molto spesso non sono i cosiddetti alimenti protettori di salute. Infatti, tra i fattori di rischio non genetici dell’obesità in età evolutiva è stato riconosciuto il contributo di queste nuove problematiche come la Selettività e la Neofobia alimentare, che sembrano essere causa di accrescimento ponderale, legato a fattori di rischio metabolici.

 

Il Disturbo evitante/restrittivo di cibo (Avoidant/Restrictive Food Intake Disorder, ARFID) è un disturbo introdotto nel 2013 dalla quinta edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5); è caratterizzato da una persistente incapacità di soddisfare adeguati bisogni nutrizionali e/o energetici che porta a conseguenze clinicamente significative in difetto. Può avere esordio nell’infanzia o nella prima adolescenza ma, in alcuni casi, anche in età adulta. L’eziologia di questo disturbo attualmente non è ancora conosciuta. La predisposizione potrebbe essere attivata da eventuali esperienze traumatiche legate al cibo oggetto di rifiuto.

 

Questi comportamenti disfunzionali determinano stress e preoccupazioni nei genitori, poiché i pasti rappresentano i momenti della giornata in cui avvengono la maggior parte degli scambi relazionali, e inoltre possono comportare complicazioni sul piano nutrizionale e di sviluppo per il bambino.
Lo sviluppo delle preferenze alimentari dei bambini comporta una complessa interazione di fattori genetici, familiari e ambientali che si traducono in sostanziali differenze individuali nella misura in cui i bambini sono sospettosi e pignoli nei confronti del cibo in generale e delle loro simpatie e antipatie per alimenti specifici. Esistono prove di una forte influenza genetica sui tratti dell’appetito nei bambini dove è coinvolta l’ipersensibilità sensoriale, ovvero il bambino è particolarmente infastidito da alcuni odori e sapori, e tende quindi a rifiutarli. I fattori ambientali/sociali giocano un ruolo importante nel modellare i comportamenti alimentari dei bambini, in quanto possono portare ad un apprendimento di stili alimentari negativi dal gruppo dei pari e in generale dal contesto culturale in cui si vive. I fattori familiari possono portare ad alti livelli di emozionalità negativa nel genitore e nel bambino, forti pressioni a mangiare, controllo genitoriale, apprendimento di stili alimentari scorretti. I genitori usano una varietà di strategie per influenzare le abitudini alimentari dei bambini, alcune delle quali sono controproducenti. Il controllo eccessivo, le restrizioni, la pressione da mangiare e la promessa di premi hanno effetti negativi sull’accettazione del cibo da parte dei bambini. Le preferenze alimentari e i comportamenti alimentari dei genitori offrono l’opportunità di modellare le buone abitudini alimentari. In alcuni casi, l’alimentazione selettiva deriva da un’esperienza traumatica.

 

La gestione del bambino deve essere multidisciplinare. In questo ambito, il ruolo dell’intervento e della comunicazione tra diverse figure professionali quali il pediatra di fiducia, il nutrizionista pediatra, lo psicologo ecc., diventa di primaria importanza per il giusto approccio del bambino e della sua famiglia. Il pediatra e il nutrizionista sono le figure più indicate a predisporre un intervento mirato, ma sono i genitori ad avere il ruolo più importante. Un approccio psicologico integrato nei pazienti con iperalimentazione o ipoalimentazione è di aiuto in molti casi: un approccio, di tipo cognitivo-comportamentale sembra quello con più probabilità di successo.

 

LA FIGURA DEL NUTRIZIONISTA

 

 

Il pediatra e il nutrizionista sono le figure più indicate a predisporre un intervento mirato, ma sono i genitori ad avere il ruolo più importante. La consapevolezza del danno che l’obesità e/o la selettività alimentare possono arrecare alla salute del proprio figlio deve, infatti, far riflettere i genitori e portarli a sradicare comportamenti alimentari e abitudini scorrette consolidate nel tempo. Può essere un compito difficile, ma non impossibile, per il quale il genitore deve impegnarsi. Occorre puntare sul coinvolgimento e non sui divieti, cercando di non colpevolizzare il piccolo se qualche volta cede alle tentazioni e non fare del peso un’ossessione, quindi il ruolo del nutrizionista sta si nel prescrive un trattamento dietetico che tenga conto dei fabbisogni nutrizionali di macro e micronutrienti alle diverse età ed eviti il rischio di malnutrizione o di comparsa di disturbi del comportamento alimentare, ma il trattamento dell’obesità essenziale in età evolutiva deve tendere ad incidere positivamente ed in modo persistente su alimentazione, comportamento ed attività fisica del bambino e quindi i programmi terapeutici non possono prescindere dal prevedere un intervento a ciascuno dei tre livelli. Questo sicuramente è importante ma il lavoro fondamentale che deve svolgere il nutrizionista con i bambini è un percorso di educazione alimentare, in quanto bisogna trovare in loro una motivazione al cambiamento delle loro abitudini, che sarà difficile avendo un mondo che li circonda che non li aiuta.
Bisogna sempre tener ben presenti che si tratta di bambini, quindi i primi a voler cambiare devono essere i genitori e i membri della famiglia i quali devono condividere il percorso tutti insieme.
L’obiettivo del nutrizionista non è solo ridurre il grado di obesità ma è soprattutto cercare di educare ad una dieta equilibrata e ad una vita attiva il bambino, e tutta la famiglia, così che possano diventare un’abitudine da portarsi dietro per tutta la vita.

 

Importante per il nutrizionista è anche saper insegnare in primis ai genitori, e poi ai bambini, le scelte che devono fare al supermercato nel momento della spesa, soprattutto per quanto riguardano i prodotti confezionati e deve essere il nutrizionista a insegnare come e cosa bisogna scegliere, istruendoli.

Oltre all’alimentazione bisogna spronare e far capire l’importanza del movimento, riducendo il tempo dedicato alla televisione/computer a favorire le attività più dinamiche, spronare il bambino a camminare e a fare le scale, piuttosto che a farsi trasportare e a prendere l’ascensore, favorire una regolare attività sportiva cercando di assecondare le preferenze del bambino e la sua sensibilità (dalla passeggiata in bici alla partita di calcio, dal nuoto in piscina alla ginnastica in palestra).
Il messaggio che deve arrivare è che la “cultura della corretta alimentazione e di uno stile di vita sano” s’impara da bambini.

 

Per quanto riguarda la terapia dietetica dell’obesità, i suoi scopi sono essenzialmente la riduzione del sovrappeso e raggiungimento di un nuovo equilibrio fra spesa energetica ed apporto calorico (mediante il potenziamento dell’attività fisica e la modificazione persistente di stile di vita ed abitudini nutrizionali), che non significa il raggiungimento del peso ideale; il mantenimento della massa magra, in particolare della massa muscolare che rappresenta il compartimento corporeo metabolicamente attivo, in grado di incidere positivamente sul metabolismo basale e, di conseguenza, sulla spesa energetica totale; la riduzione della massa grassa; il mantenimento di ritmi di accrescimento adeguati; il raggiungimento di un corretto rapporto fra peso e statura, la corretta nutrizione con ripartizione adeguata in nutrienti e scelta di alimenti capaci di indurre elevato senso di sazietà; il mantenimento dell’equilibrio staturo-ponderale raggiunto; la prevenzione delle complicanze dell’obesità.

 

I dati riportati in letteratura dimostrano inoltre che, per ottenere risultati a lungo termine, è necessario un intervento qualificato, impegnativo e costante.
Il monitoraggio clinico nel tempo è indispensabile per la valutazione dell’adeguatezza dell’approccio terapeutico prescelto. In caso di obesità di grado medio e in assenza di complicanze si consiglia che la riduzione del sovrappeso venga ottenuta mantenendo il peso del bambino invariato per alcuni mesi mediante educazione nutrizionale verso una alimentazione equilibrata. In caso di obesità severa o in presenza di complicanze può essere opportuno cercare di ottenere un calo di peso mediante l’educazione nutrizionale associata a dieta ipocalorica bilanciata.